Allevamento del baco da seta

Pienamente inseriti nell'economia agricola, la coltivazione del gelso (moràr) e l'allevamento del baco da seta (cavalìr) furono attività importantissime per la produzione serica, in cui trovarono impiego uomini, donne e bambini.

Durante il Settecento la gelsobachicoltura e la lavorazione della seta conobbero un notevole sviluppo, promosso dagli interventi legislativi dei governi, nelle regioni italiane ed europee, e raggiunsero grande rilievo anche nelle Contee di Gorizia e Gradisca.

Durante il regno di Maria Teresa d'Austria, la coltura del gelso si diffuse tanto da modificare il paesaggio agrario e da rinnovare l'economia dell'intero territorio: in meno di vent'anni furono piantati 130.000 piante. Le foglie di gelso costituivano l'unico nutrimento del baco. All'apparire delle prime foglie, i contadini mettevano a schiudere le uova del baco tenute al fresco durante l'inverno, era il calore ad aiutarle a schiudersi, spesso quello umano; si consigliava infatti di metterle tra il materasso e il capezzale e poi nel punto più caldo del letto cioè "dove la persona aveva dormito".

I piccoli bachi venivano poi trasferiti in una piccola scatola fino alla fine della prima muta. Il ciclo vitale del baco dura circa cinque settimane ed è caratterizzato da quattro mute (o dormite) dopo le quali gli animaletti cambiano la pelle. Durante la prima settimana i voracissimi animaletti erano nutriti di giorno e di notte (fino ad otto pasti) con foglia tenera e ben spezzata, man mano che crescevano la foglia era somministrata intera e poi con tutto il ramo.

L'allevamento richiedeva un grande lavoro sia per la raccolta della foglia che per il nutrimento e la pulizia dei bachi, lavoro in cui erano impegnati anche bambini ed anziani. Durante le prime settimane di vita i bachi dividevano la cucina con gli uomini in quanto avevano bisogno di un luogo caldo nel quale svilupparsi, dopo venivano trasferiti sui graticci nelle soffitte.

Al compimento della quarta muta, si preparavano i "boschi": si costruivano dei manipoli con rami o con gli steli della segala in modo che potessero filare i bozzoli (galeta). Circa otto giorni dalla salita al bosco i bozzoli erano maturi pronti cioè per la raccolta prima che le farfalle uscissero danneggiando irreparabilmente il filo. Una buona annata di produzione garantiva in tempi brevi un'entrata di denaro che permetteva alle famiglie di saldare i debiti contratti durante l'anno e alle donne di acquistare alcuni pezzi del corredo.

L'intervento dello stato si espresse anche nella creazione di una grande manifattura accentrata e privilegiata: il filatoio di Farra. Costruito tra il 1725 e il 1726 per volere di Carlo VI, era dotato di quattro ruote idrauliche che muovevano altrettante gabbie rotanti e di due incannatoi meccanici; era in grado così di produrre filati più lucenti e uniformi rispetto ai filatoi manuali.

 

La vita all'interno del filatoio era disciplinata da un regolamento aziendale costituito da 17 articoli. Le Regole da esser osservate dalla maestranza che pro-tempore lavorerà nel Cesareo Fillatoglio erano contrassegnate dal timore che la presenza di circa 150 persone sotto lo stesso tetto (tante ne richiedeva il filatoio) potesse dar luogo a episodi di violenza, a furti e al compimenti di atti immorali. Perciò non si limitavano a stabilire quale doveva essere il comportamento dei lavoratori durante l'orario di lavoro ma li obbligavano ad adattarsi a un modello preordinato in ogni momento della vita quotidiana. Si lavorava, escluse le domeniche e le feste comandate, 14 ore al giorno, sia d'estate che d'inverno, con un'ora di pausa per il pranzo a mezzogiorno.

Il lavoro era accompagnato dalla recita del rosario e dal canto degli inni sacri che scandivano i ritmi della giornata. Gli operai dovevano avere "il santo timor di Dio, ascoltare la Santa Messa e frequentare la Santissima Confessione e Comunione", non portare coltelli o pistole, non usare un linguaggio scurrile e non intrattenere, se non regolamente sposati, rapporti sentimentali tra di loro.

Un mese di carcere era la severa punizione prevista, almeno sulla carta per chi avesse osato scavalcare il muro di cinta per uscire durante i giorni feriali.

 

Torcitura

Sui torcitoi, o filatoi, i fili di seta erano torti con maggior numero di punti di torsione per unità di lunghezza quando dovevano essere utilizzati per l'ordito dei tessuti e con un numero minore di punti di torsione quando servivano per la trama.

Il filo per ordito, essendo sottoposto sul telaio al continuo sfregamento del pettine, doveva essere più resistente ed era la risultante di due fili prima torti separatamente e poi ritorti insieme. Oltre a ordito e trama, che rappresentavano la percentuale maggiore della produzione, esistevano anche altri filati ottenuti con materiale di scarto come il cusir, la trama valoppa e la strazza.

 

Trattura e incannatura 

Durante il primo periodo estivo aveva luogo la trattura. La prima dipanatura dei bozzoli o trattura era una delle fasi più importanti di tutto il ciclo produttivo della seta, perchè dalla buona qualità della seta greggia dipendeva la riuscita di tutte le operazioni seguenti.

I fornelli per la trattura della seta erano costituiti da un forno in mattoni, dotato di canna fumaria e camino, sul quale era fissata una bacinella piena d'acqua. Intorno a ogni fornello lavoravano contemporaneamente tre donne: la maestra, la sottaressa e la menaressa.

La maestra, che rappresentava la figura professionale più qualificata, aveva il compito di organizzare il lavoro. Controllava che la bacinella fosse ben pulita, l'acqua trasparente e a temperatura regolare. (Il filamento che compone il bozzolo è ricoperto di sericina, una sorta di colla naturale, che al contatto con l'acqua calda si ammorbidisce permettendo così di svolgere le bave).

Dopo aver immerso i bozzoli nell'acqua calda, la maestra filandiera individuava l'inizio del filamento di ogni bozzolo e formava il filo di seta unendo i capifilo provenienti da sette o otto gallette. Al contatto con l'aria la sericina si solidificava e i filamenti si saldavano insieme componendo il filo di seta greggia.

Il filo ottenuto dall'unione delle diverse bave veniva fatto avvolgere su un aspo, girato costantemente dalla menaressa che, nei momenti di pausa, provvedeva a mantenere vivo il fuoco. La sottaressa preparava i capi di soccorso e toglieva le crisalidi dall'acqua. La decomposizione delle crisalidi emanava miasmi sgradevoli.

Dalla seconda metà dell'800 la diffusione delle filande a vapore segnò il lento declino dei fornelli tradizionali migliorando la qualità della produzione. L'uso del vapore fu una delle trasformazioni più importanti del ciclo di produzione della seta.