Lavori agricoli

Gli oggetti esposti in questa sala sono stati utilizzati fra la fine del '800 e la metà di questo secolo sia per la produzione del vino sia per la coltura nei campi. In un'area agricola che basa la propria economia sulla coltivazione della vite, tali attrezzature hanno rivestito un ruolo di primaria importanza, soprattutto presso quelle famiglie che non potevano permettersi di acquistare macchinari sofisticati. Gran parte di essi sono stati prodotti artigianalmente in area isontina e riflettono tecniche di fabbricazione relativamente semplici.

Al centro della nostra stanza è possibile ammirare gli attrezzi che servivano a lavorare la terra: tre aratri ad una o due ali, l'aratro sarchiatore e gli erpici. Inoltre sono presenti diversi esemplari utilizzati per sgranare le pannocchie: dal modello più semplice, una sorta di arco in ferro munito di denti che si indossava sulla mano, al più complesso, una sgranatrice che puliva contemporaneamente due pannocchie. Infine, si ricordano alcune macchine per la pulitura delle granaglie e falci sia a lama larga sia a lama sottile.

Il ciclo della vite e la cantina

Il ciclo della vite aveva inizio con la vendemmia, che poteva avvenire tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre.

I grappoli erano raccolti in piccoli raccoglitori lignei detti cuinz ed in seguito portati in cantina. La pigiatura aveva luogo il giorno stesso, di solito la sera, in tini (tinaz) preparati appositamente.

Risale agli anni’40 del XX secolo l’introduzione di macchine a rulli per lo stesso scopo che hanno consentito un minore dispendio di energia umana. In seguito, i grappoli pigiati venivano versati in un tino di fermentazione assieme al mosto  (most). Durante la fermentazione era necessario sospingerli sul fondo ogni volta che venivano a galla. Terminata la bollitura, il mosto era travasato in una botte, mentre le vinacce rimaste (trape) venivano rimosse con un piccolo rastrello ligneo e poi spremute con un torchio (turcli).

I modelli di torchio esposti sono di due tipi: il primo risale all’inizio del XIX secolo, è di ridotte dimensioni e utilizzato per la preparazione del picolit mentre il secondo risale agli inizi del ‘900, è molto più voluminoso, di fabbricazione austriaca ed è il più utilizzato nell’isontino.

Dal momento che non tutte le famiglie erano in grado di acquistarlo, c’era la consuetudine di rivolgersi a chi, nel paese, ne fosse in possesso.

Uno dei rischi, invece, che comporta l’utilizzo di torchi più moderni, è che questi spremono le vinacce al punto di escludere ogni utilizzazione successiva come, ad esempio, la produzione della grappa.

Dopo la rimozione delle vinacce, il mosto veniva versato in tini di legno della capacità di venti ettolitri, coperti da una tela o da un coperchio di legno, nei quali avveniva la bollitura.

Quando essa era terminata, il vino era travasato in una botte più grande( boton), opportunatamente solforata per evitare la formazione di muffa.

Tra Natale e gennaio ha luogo il primo travaso, al fine di eliminare gli scarti (puinte) depositati sul fondo della botte stessa.

Il secondo travaso, eseguito in primavera con le stesse modalità del primo,consentiva l'asportazione degli scarti residui. Su quindici ettolitri di vino si levavano da venti a trenta chilogrammi di scarti.

Accanto agli strumenti da cantina, vanno segnalati quelli adoperati nei lavori delle vigne.

I tre aratri presenti in questa sezione, a differenza degli altri oggetti, sono interamente metallici e di fabbricazione industriale. Provvisti di un solo vomere, erano usati per arare i cambi coltivati a vite.

I falcetti esposti , o roncole, erano di uso presso le famiglie meno abbienti per la vendemmia e la potatura dei tralci, prima che le forbici a molla si diffondessero in tutto l’isontino.

Le mansioni nelle vigne coinvolgevano tutti i membri della famiglia, di entrambi i sessi e di qualunque età e talvolta anche amici e vicini.

Il processo di vinificazione, al contrario, dalla pigiatura al prodotto finito, era pertinenza esclusivamente maschile e di solito era il risultato di un complesso di cognizioni che erano tramandate da padre in figlio.

Alle donne erano invece assegnate alcune operazioni di preparazione dell’acquavite.