Devozione popolare

IL CULTO MARIANO

La devozione popolare ha la sua espressione più intensa nel culto tributato alla Vergine Maria, la quale è sempre stata di ausilio e conforto, amata ed onorata in quanto madre di Cristo e perciò principale interlocutrice delle richieste dei fedeli presso il Padre Celeste. Gli avvenimenti legati alla vita della Madonna erano legati alla vita della Madonna erano stati solennizzati nell’anno liturgico e le giornate a lei dedicate erano attese e festeggiate in tutti i paesi con grandi celebrazioni.

Le principali solennità mariane festeggiate nell’Isontino erano, allora come oggi, l’Assunzione di Maria (15 agosto), la Natività di Maria (8 settembre), la Madonna del Rosario (7 ottobre), l’Immacolata Concezione di Maria (8 dicembre).

Alle grandi Processioni che caratterizzavano i festeggiamenti partecipava tutto il popolo, con il concorso delle autorità civili ed anche di quelle militari, che fungevano da scorta d’onore alla Processione.

Durante il percorso, che partendo dalla Chiesa madre si svolgeva lungo le vi9e principali del paese, veniva portata a braccia da alcuni fedeli  la statua della Madonna, posta sotto un baldacchino, o su un trono dorato, spesso accompagnata dagli Ori, che le pie donne donavano alla Vergine, per grazia ricevuta.

Queste gioie (donate con vero sacrificio, atto di fede e d’amore) erano cucite su dei bei cuscini di velluto, portati dalle bambine che indossavano per l’occasione l’abito della prima comunione.

Altre fanciulle biancovestite erano incaricate di spargere dei petali di rosa, il fiore che è uno dei simboli di Maria, lungo il percorso. In alcune località, ad esempio Gradisca, i bambini più piccoli accompagnavano la processione vestiti da angioletti.

L’intero paese si presentava vestito a festa per l’occasione, con le finestre decorate da fiori e fronde o da drappi e bandiere.

Alla processione seguiva la sagra, occasione di ritrovo e di divertimento per i parrocchiani che concludevano la lieta giornata con canti, danze e qualche abbondante bevuta.

Durante il mese di maggio, in casa o in chiesa, si esponeva un’immagine della Madonna da adornare con fiori sempre freschi e lumi; essa veniva venerata quotidianamente recitando il Rosario o le Litanie. Doveva, poi, doveva essere scelto un fioretto da compiere per tutto il mese ed alla pratica quotidiana dovevano accompagnarsi la Confessione, la Comunione settimanale e la visita a chiese ed altari consacrati a Maria.

 

IL CULTO DEI SANTI

Molto diffuso era il culto dei Santi, invocati per il loro ausilio in caso di malattia o contro le calamità naturali.

Oltre ai Santi Patroni, titolari delle chiese parrocchiali, esistevano piccole cappelle di paese dedicate ad un Santo particolare o al Madonna; in esse ci si recava a pregare o per chiedere qual he grazia. Le chiesette erano poi incluse nelle soste delle processioni delle Rogazioni e del Corpus Domini: qui ci si fermava per leggere un passo dei Vangeli, per pregare e recitare le lunghe Litanie dei Santi, chiedendo la loro protezione sul paese e sulla campagna.

Nella zona dell’Isontino, particolare venerazione godevano: S. Biagio, protettore delle malattie della gola, in occasione della cui festa, il 3 febbraio, si andava in chiesa per la benedizione impartita dal sacerdote con due candele legate in croce da un nastro e poste dinanzi alla gola; S. Rocco (16 agosto), invocato per scongiurare il pericola dalla peste o di altre malattie; SW. Valentino (14 febbraio) protettore dal male dell’epilessia (detto “Mal di San Valentin”); S. Antonio Abate (17 gennaio) protettore degli animali, compagni preziosi e insostituibili del lavoro del contadino ( per questo motivo nelle stalle si usava appendere un quadretto raffigurante il Santo circondato dagli animali della fattoria, uno degli appellativi del Santo era quello di Sant Antoni dal purzìt; S. Barbara (4 dicembre), ricordata con S. Simone durante i violenti temporali per la difesa dei fulmini, a tale proposito durante le tempeste si recitava: “S. Barbara e S. Simon Dio ni guardi di quel gran ton – S. Barbara benedeta Dio ni guardi di chela saeta!”;  S Giuseppe patrono della famiglia e del lavoro dei falegnami; S. Crispino protettori dei cialiars.

 

LA DEVOZIONE PRIVATA

La vita privata era contraddistinta da una religiosità profonda, che improntava ogni aspetto del vivere quotidiano.

Così in casa, oltre alla preghiera ed alla recita serale del Rosario, piccoli gesti ripetevano l’idea del sacro, come fare il segno della croce sul pane o portare a benedire l’acqua, il sale, il pane o altri cibi ed oggetti in determinati giorni dell’anno liturgico (Epifania e Pasqua). Gli oggetti così benedetti potevano servire a vari usi ma lo scopo principale era quello di estendere la protezione sulla casa e sui suoi occupanti.

Anche la tradizionale visita pasquale del parroco, che impartiva la benedizione casa per casa, era attesa e celebrata con solennità.

Notevole era l’importanza rivestita dalle immagini religiose: nelle case si usava appendere quadri raffiguranti la Madonna, Gesù, i Santi o gli Angeli Custodi, davanti ai quali si accendeva il piccolo lume di una candela; le immaginette sacre, i Santini, potevano essere esposte, di solito sulla credenza della cucina. Non mancava nella camera da letto una piccola acquasantiera, artisticamente decorata, contenente l’acqua benedetta che si usava anche in caso di malattia.

Il ramo di ulivo pasquale era sempre presente, religiosamente conservato, ed aveva una sua particolare utilità in caso di temporali, poiché se ne bruciava un pezzo per invocare l’aiuto divino contro la grandine funestatrice  delle campagne.

Ad ulteriore protezione contro il maltempo si usava accendere le candele benedette che venivano distribuite in chiesa il 2 febbraio, giorno della festa Canderola.

 

CLERO E POPOLO NEL GORIZIANO

 

LE VISITE

Visitare il popolo di paese in paese, di chiesa in chiesa era compito fondamentale del vescovo da sempre. In questo itinerario si tendeva un ponte concreto tra la lontana sede vescovile e le sparse realtà della diocesi: il presule ascoltava i bisogni, i problemi di tutti; interrogava il suo clero, ispezionava le chiese e le canoniche, investigava sulla vita dei laici. Era più semplice chiedergli un soccorso, sia da parte dei sacerdoti curati sia da parte dei fedeli. Nel suo viaggio provvedeva anche ad altre funzioni: amministrava le cresime, consacrava gli altari e le chiese, benediva le nuove campane. Egli diveniva più visibile, figura finalmente vicina, giudice e pastore. Visite venivano periodicamente fatte anche dai decani sulle chiese loro affidate, essi poi inviavano al Vescovo delle relazioni, che servivano per tenere meglio sotto controllo la diocesi e per preparare la successiva visita pastorale. Attraverso gli occhi del clero noi possiamo così vedere la vita religiosa di queste zone, l’amore per le processioni, i pellegrinaggi, ma anche il difficile dialogo tra chi cercava di difendere antiche usanze, o di affermare il proprio diritto a momenti di libero svago, e chi aveva come compito il costante richiamo ad una vita devota e controllata. Di vescovo in vescovo le prospettive mutavano e sempre più serrato si faceva questa sorta di colloquio a tre voci (vescovi, clero e laici), sotto lo stimolo di un mondo in sempre più rapido cambiamento tra modernità culturale e drammatici eventi politici.

 

LE CONFRATERNITE

Le confraternite dei laici erano uno dei cuori pulsanti delle parrocchie.

Erano anche un importante momento di socializzazione tra le famiglie accomunate da riunioni, feste e riti. Con croci e gonfaloni avevano un posto di riguardo nelle processioni. Questi gruppi avevano una propria capacità di gestione, pur con la costante presenza ed assistenza dei parroci.

Il clero, ed in particolare i vescovi, ponevano una cura particolare nel seguire e controllare la vita delle confraternite, che per la loro natura specifica avevano una forte capacità di convogliare la devozione dei fedeli e di concorrere alla loro formazione catechista. Per fronteggiare le idee considerate pericolose, per moralizzare i costumi del popolo attratto da modelli di vita guardati con sospetto, si ricorreva anche alla fondazione e alla diffusione di nuove confraternite (come quella della Sacra Famiglia, del Rosario e dell’Adorazione perpetua), formando nei loro membri una coscienza di forte solidarietà con la dottrina cattolica e di testimonianza della comunità.

 

 LE MISSIONI AL POPOLO

Alcuni religiosi venivano, in particolari occasioni, chiamati dai parroci o dai vescovi a tenere dei cicli speciali di prediche dedicate al popolo, accompagnati da processioni e da altre celebrazioni liturgiche. Con linguaggio immediato e tono emotivamente sostenuto questi oratori avevano il compito di riattivare la devozione dei fedeli, dai bambini ai vecchi, di fornire nuove motivazioni a frequentare le chiese e di approfondire la loro preparazione dottrinale.

In questi momenti il popolo aveva un più forte richiamo ad accostarsi alla confessione, raccogliendo anche quanti, specie uomini, sostenevano a confidarsi con il sacerdote locale. Le confraternita di ogni parrocchia veniva attivate a compiere un salto di qualità nel servizio alla chiesa e nella fedeltà al parroco ed al vescovo. Ne veniva fondate anche di nuove, come quella del Rosario, legata anche alla diffusione della pratica del rosario vivente. Per il clero locale erano inoltre una preziosa occasione per confrontarsi con colleghi molto preparati, anche in piccoli paesi che non avevano l’occasione di ospitare predicatori importanti.