Il bottaio

Un mestiere legato al mondo rurale,  che nel corso degli anni è andato progressivamente scomparendo è quello del bottaio.

Questo artigiano si dedicava alla costruzione e alla riparazione di botti, barili, tini e di gran parte degli strumenti necessari alla manutenzione della cantina.

Le competenze che gli venivano richieste dovevano spaziare dalla conoscenza delle caratteristiche peculiari dei vari tipi di legno alla capacità di eseguire riparazioni nel modo più appropriato e durevole.

Per la costruzione delle botti egli sceglieva le doghe ricavate per lo più dai tronchi del rovere di Slavonia mediante una scure dotata di una lama molto tagliente (manarie) e resa curva attraverso un processo piuttosto lungo: alcuni informatori ricordano che questo consisteva nel bagnarle e nel passarle sopra la fiamma viva, oppure nel farle bollire pressate fino al raggiungimento della curvatura desiderata.

Successivamente l’uso del grossino (sgrèsin), della pialla (splane o plane) e del piallone dava alle doghe la forma definitiva.

Una volta iniziati e completati l’assemblaggio e la cerchiatura, il bottaio eseguiva il taglio, o meglio la fessura, entro la quale andavano inseriti i fondi ottenuti unendo delle doghe diritte servendosi di cavicchi di legno.

Altra operazione importante era la realizzazione dei buchi per i tappi: in questa fase si adoperavano il salupro e l’alesatore (alesador).

Anche per il ripristino delle vecchie botti ci si rivolgeva all’esperienza del bottaio, che in questo caso si serviva prevalentemente di materiale di recupero.

Infatti, quando le botti marcivano, venivano sfasciate ma si conservavano i cerchi non arrugginiti e le doghe ancora sane, e quest’ultime erano preferibili rispetto a quelle nuove perché presentavano una stagionature ideale.

Se invece il marcio non aveva compromesso in modo irrecuperabile il legno, veniva eliminato mediante un’ascia tonda, uno sgrossino e una pialla a barca.

Un ulteriore compito del bottaio era il recupero della “gripola”, formata dai depositi lasciati dal vino. Questa, una volta esportata con l’aiuto di un picchetto (pichet), veniva venduta alle ditte farmaceutiche che ne facevano richiesta per la produzione di acido tartarico.

Nei piccoli paesi non esisteva una netta divisione del lavoro e spesso capitava che lo stesso artigiano svolgesse più mansioni. Così un bottaio poteva essere contemporaneamente carpentiere, fabbro e anche carraio.

A proposito della costruzione del carro, va detto che si trattava di un’operazione molto lunga e conmplessa che coinvolgeva professionalità diverse: quella dei carpentieri che costruivano le parti in legno e quella dei fabbri carrai che mettevano a punto le parti in ferro.

I carri più usati nelle nostre zone, oltre al carro agricolo (ciar), erano la carretta (careta), la brisca (bris’cie) e il calesse (biroc).